La Nostra Terra

Sotto il Sole campanoUnico nel suo Sapore

Quando il vino è ben limpido, viene trasferito nelle botti di rovere da 70 hl, per iniziare la maturazione, favorito dalla porosità del pregiato legno di rovere, che esalta i sapori e gli odori unici, caratteristici di quelle uve, maturate al sole di quelle dolci e calde colline argillose, esposte al meraviglioso sole della Campania . Il vino continuerà l’affinamento e l’invecchiamento nelle botti di rovere per almeno un anno. Successivamente, senza sottoporlo ad alcun trattamento fisico di filtraggio, viene man mano imbottigliato, nei periodi di luna calante. Il vino imbottigliato continua a maturare ulteriormente nella bottiglia prima della commercializzazione.

38° 25' 00.87``Nel Sud Italia

In Campania

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I Greci si insediarono in questo territorio dall’VIII secolo a.C, introducendo molte varietà oggi ritenute autoctone, tra le quali l’aglianico e l’influsso della loro cultura enologica preparò le basi per la produzione di alcune eccellenze che si sarebbero affermate in epoca romana. In epoca romana Pompei assunse un’importanza enologica molto elevata, non solo per la considerevole quantità di osterie che qui si trovavano – e nelle quali il Falerno non mancava mai – ma soprattutto per essere il principale centro commerciale vinicolo della Campania. Dai porti di Pozzuoli e di Sinuessa partivano infatti decine di migliaia di ettolitri che raggiungevano così i paesi del Mediterraneo e la Gallia. Il prestigio del Falerno era tale che un’anfora di questo vino poteva addirittura valere il prezzo di uno schiavo. Purtroppo dell’antico Falerno non si hanno notizie certe sulla sua produzione e in particolare sulle uve. Plinio il Vecchio riferisce che questo vino si produceva con l’uva Falerna o Falernina, mentre Virgilio sosteneva che si producesse con le antiche uve Aminee provenienti dalla Tessaglia. Il prestigio del rinomato Falerno finì con le sorti dell’impero romano: da vino eccellente divenne vino sconosciuto con un degrado notevole nella qualità.

Nel XIX secolo le devastazioni causate dalla fillossera determinarono una inesorabile trasformazione agricola, con la diffusione della coltivazione del tabacco, che porterà la regione ai primi posti della produzione nazionale.

L’intensa emigrazione fece nascere numerose comunità campane in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, le quali favorirono la popolarità di vini come il Lacryma Christi. Greco, fiano e aglianico furono un po’ dimenticati nelle proprie zone e, successivamente, minacciati anche dall’affermazione di uve più produttive e meno rappresentative del territorio, come sangiovese e barbera, oltre che di vitigni internazionali quali merlot, chardonnay e cabernet franc.

Solo verso la fine degli anni ’70 si ha un cambio di tendenza, in poco tempo l’attenzione si concentra sulle uve autoctone e dalla metà degli anni ’80 torna alla ribalta il concetto di territorio. Nuovi imprenditori investono in viticoltura e si recupera la maggior parte delle uve locali, per giungere, qualche anno più tardi, all’affermazione di vini come il Fiano d’Avellino, il Greco di Tufo, il Taurasi e l’Aglianico del Taburno.

Oggi, accanto a questi grossi calibri, si vanno sempre più affermando vini ottenuti da uve considerate gregarie e ora vinificate in purezza, come piedirosso, coda di volpe, pallagrello, caprettone e catalanesca, che danno vini più semplici e immediati. Infine, sono in aumento le produzioni di spumanti e di passiti, che non hanno mai fatto parte della tradizione enologica locale ma che stanno raggiungendo interessanti livelli qualitativi.

La produzione vinicola riguarda l’intera regione. Tuttavia una maggiore concentrazione si registra nella provincia di Avellino e di Benevento. Sul territorio si contano più di 40.000 ettari di vigneti.

Il patrimonio ampelografico della Campania è estremamente ricco, in particolare di uve autoctone, che dopo essere state ignorate per anni in favore delle varietà “internazionali”, negli anni ‘90 sono state riscoperte e valorizzate. Nei vini campani, infatti, è piuttosto insolito trovare nelle composizioni la presenza di uve internazionali. Protagoniste sono, dunque, le uve autoctone: è questa la base del loro successo.

Oltre all’Irpinia e al beneventano, le altre aree di produzione dei vini campani sono: provincia di Caserta, area vesuviana e napoletana (comprese Ischia e Capri), la Penisola Sorrentina, la Costa d’Amalfi e, più al sud, il Cilento.

I vini campani DOC, DOCG e IGT

La regione vanta nel complesso: 4 DOCG, 15 DOC e 10 IGT.

Le DOP/DOCG (Denominazione di Origine Controllata e Garantita) campane sono: Taurasi (Avellino), Greco di Tufo (Avellino), Fiano di Avellino e Aglianico del Taburno (Benevento).

Le DOP/DOC (Denominazione di Origine Controllata) campane sono: Ischia, Capri, Vesuvio, Cilento, Falerno del Massico (Caserta), Castel San Lorenzo (Salerno), Aversa, Penisola Sorrentina, Campi Flegrei, Costa d’Amalfi, Galluccio (Caserta), Sannio, Irpinia, Casavecchia di Pontelatone (Caserta), Falanghina del Sannio.

I vini IGP/IGT (Indicazione Geografica Tipica) campani sono: Colli di Salerno, Dugenta (Benevento), Epomeo (Ischia), Paestum, Pompeiano, Roccamonfina, Beneventano, Terre del Volturno (Caserta), Campania, Catalanesca del Monte Somma (Napoli).

Taurasi e Aglianico

L’Aglianico è l’uva che più di ogni altra ha consentito ai vini rossi della Campania di imporsi anche al di fuori dei confini regionali. Nonostante l’Aglianico sia coltivato ovunque nella regione, la sua zona di elezione rimane l’Irpinia, in provincia di Avellino, dove si produce il vino rosso più rappresentativo della Campania: il Taurasi. Conosciuto anche come il Barolo del Sud, il Taurasi è un vino prodotto interamente con Aglianico, molto ricco, concentrato e complesso, elegante e sorprendente: un vino che difficilmente lascia l’appassionato indifferente. )link Taurati Tenuta Scuotto)In Campania, Aglianico non significa unicamente Taurasi. Con questa eccellente uva si producono infatti anche gli interessanti vini rossi del Taburno, in provincia di Benevento, altra ottima zona per i vini rossi prodotti con quest’uva. (link vino Nifo Sarrapociello)Sempre in provincia di Benevento, l’Aglianico è protagonista dei rossi dell’area del Sannio. L’Aglianico è inoltre l’uva principale nella produzione dei vini dell’area DOC di Falerno del Massico, in provincia di Caserta.

Greco di Tufo e Fiano di Avellino

Fra i tanti vini bianchi della Campania, due in particolare sono riusciti a mettersi in evidenza, arrivando anche, nel 2003, ad ottenere il riconoscimento della Denominazione d’Origine Controllata e Garantita (DOCG). Greco di Tufo e Fiano di Avellino, entrambi prodotti in provincia di Avellino, sono infatti i bianchi più celebri della Campania, unitamente a quelli prodotti con l’eccellente Falanghina. 

Il Greco di Tufo, che prende il nome dall’omonima località e che si produce anche nella versione spumante, è composto in larga parte da Greco Bianco e in minore percentuale dalla Coda di Volpe, è un vino bianco secco di corpo e piuttosto fresco. Per info  vino greco Masseria Frattasi

Più profumato invece il Fiano di Avellino, grazie appunto al contributo dell’uva omonima, che i latini chiamavano Apianum, poiché le api erano solite posarsi sui grappoli appesi ad appassire in attesa di diventare vino dolce. Il Fiano di Avellino è un vino elegante e sorprendente di profumi, tuttavia complesso e di buona struttura, spesso aumentata anche dalla maturazione in botte, una pratica utilizzata da alcuni produttori locali. Per info vino Ventrifilari- Terra Madre

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A Caserta

38° 28' 37.53``La Nostra Tradizione

Caserta reclama tutta la sua storia e le sue tradizioni attraverso la sua terra, i suoi frutti, prodotti tipici, dai sui borghi ricchi di storia e la meravigliosa Reggia Vanvitelliana, piccola Versailles italiana. Conosciuta nel mondo come Terra di Lavoro dato che era questo il nome di una vasta regione che comprendeva anche l’attuale provincia di Caserta, è grazie a Terra di Lavoro che la Campania meritò l’appellativo di “Felix”. Fin dal 79 d.C, fu la zona più fertile della Campania.Un angolo di mondo fertile e redditizio colmo di coltivazioni e di vitigni storici ed autoctoni come : il Pallagrello, Casavecchia e Galluccio.
Il Pallagrello

Il Pallagrello, uno dei pochi casi di vitigno sia a bacca bianca che rossa riscoperto e valorizzato da Ferdinando IV di Borbone, che se ne fece impiantare una grande quantità nella sua “Vigna del Ventaglio”. (link bottiglie vigne CHIGI). Piccola palla è la traduzione di u pallarell, ovvero il nome dialettale del Pallagrello derivante, con molta probabilità, dalla forma dell’acino piccolo e tondo. L’origine, si presuppone sia, come tanti altri vitigni, dell’antica Grecia, mentre della coltivazione in loco se ne hanno numerose certificazioni storiche, riconducibili agli antichi romani. Poi grazie ad una epigrafe voluta e posta, e visibile ancora oggi nel comune di Piedimonte Matese, da Ferdinando IV di Borbone, si ha l’attestazione dell’origine autoctona del vitigno. La provincia di origine è quella di Caserta, dove è ancora concentrata la maggior parte della produzione, ad un’altitudine media tra i 200 e i 400 metri slm raggruppata, nell’entroterra campano, tra i massicci montuosi del Taburno a est e del Matese più a nord.

Il vitigno è sia a bacca rossa che a bacca bianca, e noi lo conosciamo nella seconda versione grazie a due produttrici della provincia.

Il Casavecchia

Il Casavecchia ha un’origine romana: fu chiamata cos’ l’uva “e chella casa vecchia”, da cui Casavecchia.Il suo nome deriva dal fatto che una piantina – dopo l’ecatombe della “fillossera” – sarebbe stata trovata presso i ruderi di una vecchia casa romana nei pressi di Piedimone Matese. Una seconda tradizione vuole per il vino Casavecchia un’origine millenaria: si tratta cioè dell’uva del vino Trebulanum, bevuto dai legionari romani e menzionato da Plinio il Vecchio nel XIV libro della  Naturalis Historia.
Pare che il 
Trebulanum provenisse da Trebula Balliensis, l’odierna Treglia, che sia sopravvissuto all’epidemia di oidio del 1851 per poi essere rinvenuto alla fine del XIX secolo. Il Casavecchia di Pontelatone, rosso e riserva, col D.M. dell’8 novembre 2011, è stato riconosciuto nel disciplinare DOC. In seguito al decreto del 17 luglio 2002 è stato iscritto, inoltre, nel catalogo nazionale della Varietà dei vini del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Per info TERRE DEL PRINCIPE

Il Galluccio

Il Galluccioun vino DOC, prodotto in cinque comuni (Galluccio, Rocca d’Evandro, Mignano Monte Lungo, Tora e Piccilli, Conca della Campaniadominati dal vulcano spento di Roccamonfina, che con la sua attività eruttiva ha reso i terreni ideali alla coltivazione della vite.Uva Falanghina e Aglianico, quindi, i due vitigni più diffusi in Campania, ma che in questa zona assumono profumi, odori e struttura formidabili. Per info Vestini

L'Asprinio

L’Asprinio, vino DOC di antiche tradizioni, frutto di un vitigno bianco autoctono dell’agro aversano. La Doc Asprinio d’Aversa trova la sua terra in 22 comuni tra le province di Napoli e Caserta: da queste zone sembrano risalire le origini al Regno di Napoli del XIII secolo. La Corte Angioina, amante dello Champagne, interpellò Louis Pierrefeu, cantiniere della Casa Reale, per la creazione di un vino spumante con il vitigno Asprinio. (LINK ASPRINIO DI VESTINI)

Il territorio vulcanico dell’agro aversano, ricco di tufo cenere e potassio e le caratteristiche grotte, scavate a 10 metri dal suolo, proprio sotto le vecchie case nei centri urbani, consentirono una perfetta maturazione dell’uva, grazie al quale si ottenne uno dei vini spumantizzati, fra i più antichi in Italia.

L’Asprinio fu iscritto al Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 1970 ed il nome è legato proprio alla sensazione  “agrumata” prodotta dal gusto del vino; le vigne non lontane dal mare godono anche di quella brezza che stabilizza il vino di ottima sapidità

L’Asprinio sembra derivare dal Greco di Tufo : si presenta con grappoli piccoli di forma conico-piramidale e muniti di un’ala. Gli acini giallo-verdastri sono molto delicati spesso ricoperti di pruina e maturano solitamente tra fine settembre e i primi di ottobre. Assolutamente tipica è la coltivazione “verticale”: le vigne infatti dette “maritate” si legano ad alti pioppi od olmi, che fungono da tutori ed arrivano anche a 20 metri di altezza, formando vere barriere vegetali.

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Questa distanza fra i grappoli e il terreno preserva dal caldo, mantenendo l’acidità dell’uva e isola dall’umidità, portatrice di malattie. La vendemmia effettuata solamente da personale esperto, avviene manualmente grazie all’ausilio del tradizionale ‘scalillo‘, una scala a pioli lunga e stretta ma molto leggera e trasportabile da un solo uomo, che grazie all’aiuto di cesoie e una corda, riversa l’uva in una cesta senza mai dover scendere a terra.

Purtroppo dagli anni ottanta si è visto un calo drastico della produzione di tale uva; solo in questi ultimi anni alcuni produttori hanno creduto di nuovo nella DOC Asprinio d’Aversa e grazie a loro quest’uva ha ricominciato ad essere prodotta

Il Falerno del Massico

Il Falerno del Massico è un vino dalle antichissime e nobili origini, che possono vantare ben 2000 anni di storia. È prodotto in provincia di Caserta alle pendici del 

Monte Massico, in un territorio ritenuto altamente vocato per la coltivazione della vite fin dal tempo degli antichi Romani. Si tratta, infatti, del discendente del celebre vino romano Falernum, che era ritenuto tra i migliori rossi in assoluto dagli imperatori e dai Patrizi di Roma, ma la sua origine risale ancora prima: si narra che il dio Bacco in persona ricompensò l’umanità trasformando il monte Massico in vigneto di Falerno prodotto in cinque Comuni del Casertano (da Sessa Aurunca a Mondragone).

Tuttavia, nonostante la sua straordinaria fama nei tempi antichi, con la decadenza dell’Impero romano e la sua successiva caduta, si persero le sue tracce. La riscoperta della zona di produzione dell’area del Monte Massico, cominciò nel corso dell’800, ma solo negli ultimi 40 anni alcuni produttori del territorio hanno deciso di recuperare la grande tradizione riproponendo un vino che potesse richiamare alla memoria il famoso nettare dei tempi degli Antichi Romani. Nasce così la riscoperta di un grande terroir e di un vino che oggi si pone a pieno diritto tra le migliori eccellenze dell’enologia campana.

Falerno del Massico: il vitigno e le caratteristiche

La versione tradizionale del Falerno del Massico Rosso DOC è prodotta con i due vitigni a bacca rossa autoctoni della Campania: l’aglianico e il piedirosso. L’aglianico è un antichissimo vitigno introdotto nelle regioni del sud Italia durante la colonizzazione greca. Si distingue per corpo e struttura importanti, fitta trama tannica e decisa acidità. Il piedirosso è un vitigno autoctono diffuso soprattutto in provincia di Napoli, nell’area vesuviana e del Monte Somma. A volte viene vinificato in purezza ma spesso è utilizzato insieme all’aglianico e allo sciascinoso. Il disciplinare prevede anche l’utilizzo del primitivo, un vitigno autoctono della Puglia che viene però coltivato in molte Regioni del sud Italia. E’ un vino di buona struttura, dal colore rosso rubino intenso. Il suo bouquet esprime note fruttate piuttosto austere, con sentori leggermente speziati. Al palato ha una trama tannica importante e buona acidità.
La versione 
Falerno del Massico Primitivo DOC si distingue per note di frutta rossa e piccoli frutti di bosco, accompagnate da sentori speziati. Al palato risulta caldo, potente, di grande struttura, con aromi avvolgenti e intensi.

La Denominazione e il Consorzio del Falerno del Massico

Il vino Falerno del Massico è stato riconosciuto con la Denominazione d’Origine Controllata nel 1989. La zona di produzione è limitata al territorio di pochi comuni in provincia di Caserta: Carinola, Cellole, Falciano del Massico, Mondragone e Sessa Aurunca. Il disciplinare prevede anche la versione Falerno del Massico Bianco a base i falanghina (minimo 86%), tuttavia l’antica tradizione del territorio è legata alla produzione di vini rossi. Per il Falerno del Massico Rosso anche Riserva, la base ampelografica è stabilita in aglianico (minimo 60%) e piedirosso (massimo 40%), che sono le due uve tipiche del territorio, più un eventuale 15% di altre uve a bacca rossa autorizzate nella provincia di Caserta. È inoltre prevista anche la versione Falerno del Massico Primitivo(link GENNARO PAPA), prodotta con uva primitivo (minimo 85%) e un eventuale saldo di aglianico, piedirosso o barbera, per un massimo complessivo del 15%. Il titolo alcolometrico minimo è di 12% per il Rosso e 12,50% per il Primitivo. Il Falerno del Massico Rosso e Primitivo, devono essere sottoposti a un invecchiamento minimo di 12 mesi prima di essere commercializzati. Per la Riserva è previsto un periodo d’invecchiamento di 2 anni di cui uno in botti di legno.

2281 hrs
SUNSHINE HOURS
823 mm
RAINFALL
14 °C
AVERAGE TEMPERATURE

Un pò di noi Eno-gastronomia Campana

‘Cibo-Vino’ è un connubio inseparabile come un’entità unica e non come due elementi uno avulso dall’altro. Sicuramente  il modo migliore per scoprire un perfetto abbinamento cibo-vino è sperimentare, questo perché siamo assoggettati al gusto personale, ma sappiamo anche, dalle nozioni sulle tecniche di abbinamento cibo-vino, che se ad un buon piatto viene accostato il giusto vino, non solo abbiamo raggiunto l’armonia, ma abbiamo rinvigorito il valore di entrambi.

Dato che la tecnica di abbinamento cibo-vino non è una materia semplice, possiamo iniziare a sperimentare, attingendo dall’esperienza popolare, e cioè da quelli che vengono definiti “Abbinamenti Tradizionali” .

Gli abbinamenti  tradizionali, in genere, nascono per caso e spesso ciò accade quando il vino ed il cibo hanno una giusta armonia di tipo territoriale, dovuta sicuramente al fatto che i due prodotti sono reperibili nella stessa zona e dunque la probabilità di essere abbinati è quasi perfetta.  Ma è anche vero che, se un abbinamento è stato tramandato fino ai giorni nostri, è perché ne è stata confermata la validità.

In Campania esistono dei veri e propri ‘must’ tradizionali, come per esempio,  l’abbinamento tra  Mozzarella di Bufala ed il vino Asprinio, abbinamento congeniato secondo il principio di contrapposizione, per cui la grassezza della mozzarella viene stemperata dalla caratteristica acidità dell’Asprinio, sensazione che viene enfatizzata dalla presenza della CO₂ nell’ Asprinio Spumante.

Quando si parla di tradizione e di vino, in Campania non può non essere annoverato il vino Gragnano, citato da Totò in Miseria e Nobiltà nella celebre frase: ”Assicurati che sia Gragnano, tu l’assaggi se è frizzante lo prendi sennò, desisti!”.

Un ottimo abbinamento cibo-vino campano è quello che vede  legato il destino del  Gragnano, indissolubilmente, ad un altro dei “cavalli di battaglia” della tradizione campana: la Pizza Margherita. L’aromaticità del Gragnano si abbina bene, secondo un criterio di concordanza, all’aroma della pizza, inoltre, la CO2 provoca una sensazione acida che mitiga la  grassezza della mozzarella, mentre l’untuosità (determinata dalla presenza di olio) è stemperata dalla morbidezza dell’alcool, infine, la leggera tannicità dona equilibrio ad un piatto, che nella sua totalità è sbilanciato, nella direzione della “morbidezza”. Il Gragnano risulta essere anche un degno alleato della Mozzarella in Carrozza, Salsicce e Friarielli, Taralli Sugna e Pepe, Zuppa di Soffritto e Frittata di Maccheroni.